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domenica 26 gennaio 2025

Terremoto del 1832 a Scandale

 

Il romanzo di Gian Paolo Callegari, scritto in base al racconto di Nicola Tiano fattore dei baroni Drammis, pubblicato da Garzanti nel 1950 e continuato con il romanzo Janchicedda pubblicato dall'Editore Casini nel 1956. Per chi fosse interessato, questi due libri li ho trovati, molti anni fa, sul sito maremagnum.com

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Terremoto del marzo 1832 a Scandale e nella provincia di Catanzaro

 

Scandale: morti 7. Belcastro: morti 6. Gimigliano: morti 6 e feriti alcuni. Santa Severina: morti 6. San Mauro: morti 5. Catanzaro e suo territorio: morti 4 e feriti parecchi. Cropani: morti 3 e feriti 30. Sersale: morti 3 e feriti alcuni. Simeri: morti 3.

 

Cfr. Memorie di matematica e di scienze fisiche e naturali della Società italiana delle scienze, Tipografia della Reale Accademia dei Lincei, 1896, pag. 224.

 


domenica 14 giugno 2020

Quando c’era il barone Salvatore Drammis

Il barone Salvatore Drammis di Scandale



“Don Illuminato [in teoria il barone Drammis] si riprese con foga dai tempi del cardinale Fabrizio Ruffo quando suo nonno fece da solo una leva di ottanta uomini che erano in maggioranza briganti e la guerra si vinse e c’erano anche fra Diavolo e i fratelli Mammone; e nemmeno dissero nulla agli alleati inglesi che pur erano degli aristocratici puri”



Salvatore Drammis
Scandale 1812 - Scandale 1884
Barone



Gian Paolo Callegari, I Baroni, Garzanti 1950, pag. 270.



domenica 28 febbraio 2016

L'edizione tedesca del libro "I Baroni" di Callegari

Edizione tedesca del romanzo I Baroni di Gian Paolo Callegari pubblicato nel 1953


domenica 4 agosto 2013

“I Baroni”: romanzo della decadenza borbonica

Gian Paolo Callegari (ultimo a destra) a Stromboli nel 1949 insieme a Roberto Rossellini e Sergio Amidei, durante la preparazione di un film. 


Come abbiamo già scritto nella “Storia di Scandale”, Gian Paolo Callegari scrisse due romanzi, I Baroni e Janchicedda, prendendo spunto dai racconti di Nicola Tiano che, come sappiamo, lavorò per tanti anni con la famiglia Drammis. Soprattutto sul primo romanzo, molti giornalisti scissero vari articoli pubblicati da giornali e riviste dell’epoca. Per esempio, La Nazione Italiana del 9 luglio 1950, riporta a pagina tre, un articolo molto lungo di Aldo Capasso dal titolo Romanzo della decadenza Borbonica che, fra le altre cose, diceva:

“I Baroni”: romanzo della decadenza borbonica

“Nei Baroni, con un’ampiezza e fermezza di disegno di “affresco storico”, il Callegari riprende il suo quieto eppure appassionato esame del Sud. Ecco la Calabria degli ultimissimi anni di Ferdinando, la Calabria di “Francesciello”, la Calabria attraversata dalle ascendenti colonne di “Don Peppino” Garibaldi. Giorni di decadenza, di sfacelo: annunziati già negli anni da sinistri scricchiolii: con la dinastia borbonica crolla la grande nobiltà terriera, crolla una casta e una tradizione. In questi crolli fatali della storia c’è sempre qualcosa di triste: e un poeta, un artista, può compiangerli, recitarne il commosso epicedio, anche senza essere “antiprogressivo” nelle sue idee politiche e sociali. E c’è, in essi crolli, qualcosa di grandioso, vitalissimo, consolante: la fatalità che vita nuova sorga dalla morte delle cose vecchie, che gli uomini camminino e si appassionino, che “vadano avanti”. Ed anche questo un artista può, con gioia Whitmaniana, cantare. Per dire il vero, il chiuso e imbronciato Callegari non mostra di trarre letizia né dall’una né dall’altra cosa. Non bello ciò che cade non bello ciò che sorge: il significato profondo del libro sembra essere che gli uomini sono cosa meschina in tutti i regimi e in tutte le età.
È significativo, in primo luogo, ciò che nel romanzo manca: il Callegari sa benissimo che, nello sfacelo della, ora dura e ora paternalistica, monarchia borbonica, sussisteva una élite protesa verso tempi nuovi di maggiore libertà, di uguaglianza giuridica,, di sogni democratici: élite in cui figuravano anche patrizi delle più vecchie famiglie”.

domenica 8 luglio 2012

Il romanzo I Baroni in una recensione di Orsola De Cristofaro


Sopra, la copertina dell’edizione tedesca: Gian Paolo Callegari Die Barone, traduzione di Charlotte Birnbaum, Hamburg, 1953.

Gian Paolo Callegari, I Baroni, Milano, Garzanti, 1950.

Ecco un libro che viene a collocarsi nella nostra migliore letteratura meridionalistica, non soltanto, come è stato detto, accanto a Verga e Capuana, ma in certo qual modo anche a Dorso e a Levi. Il suo tema è appassionante, la presentazione dell’editore vuole avvertirci “che il problema del latifondo è trattato sulla base di episodi veri desunti da un carteggio borbonico inedito e dai racconti raccolti dalla viva parola di un centenario di Scandale nel crotonese”. Questo può non interessare, come può non interessare l’avvertimento che ai baroni rovinati succederanno i loro servi, “mentre la turba di contadini superstiziosi e primitivi abbandonerà la via del timor degli uomini e di Dio”. Quel “timor degli uomini” che ha ceduto all’attuale bisogno di liberazione delle masse meridionali, e quel “timor di Dio” che era concepito come “le preghiere che servono da orologio” (p. 119). La bellezza delle 318 avvincenti pagine del libro nell’intensa e vivacissima vita di cui vivono tutti, il barone, la baronessa, il baronetto scemo, la baronessina ninfomane, il servo fattore, e medici, avvocati, contadini, pecorari, arcipreti e vescovi; vivono i carbonari e gli intellettuali progressisti; gli strozzini e i gabellieri la corte del re di Napoli e gli aristocratici collegi della città regale. Qui è il vero valore artistico del libro: che non è a tesi e che proprio per questo riesce a porre in primo piano, al di là e al di sopra dei singoli personaggi, quello che si chiama il problema meridionale.
L’azione si svolge durante uno dei momenti più travagliati della storia del Mezzogiorno d’Italia: è l’epoca del tramonto dei Borboni e dell’avvento delle camicie rosse garibaldine. Ma i paesi di montagna sono troppo lontani dalle strade per le quali passa quella che poteva essere una rivoluzione, la cui eco giunge come un sogno e il cui effetto resterà limitato alla capitale e ai pochi altri centri maggiori; effetto d'altronde destinato a spegnersi rapidamente tra un Piemonte tradizionalista e un Meridione feudale. Il feudalesimo ivi risorge continuamente dalle sue ceneri: nessuna rivoluzione democratica riesce a spezzarlo: né quella del 1860, né quella del 1876, né quella socialista dei primi del secolo.
Questo tragico destino dei cafoni, di fronte ai “galantuomini” le cui stirpi si rinnovano continuamente, passandosi di generazione in generazione le terre incolte, è lo sfondo sul quale magistralmente si stagliano i protagonisti.

ORSOLA DE CRISTOFARO

Il PONTE, Rivista mensile di politica e letteratura, anno VI – n° 9-10, Settembre – Ottobre 1950.