sabato 4 aprile 2026

Hannah Arendt - La banalità del male

 

Hannah Arendt

La banalità del male

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca, Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso sfida […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità. Solo il bene è profondo e può essere radicale”

 

Hannah Arendt

Hannover (Germania), 14 ottobre 1906 – New York, 4 dicembre 1975

Filosofa e politologa statunitense di origine tedesca

Figlia di commercianti ebrei, allieva di Edmund Husserl, Martin Heidegger e Karl Jaspers, si laureò nel 1928 con una dissertazione su sant’Agostino. All’avvento del nazismo emigrò in Francia e dal 1941 negli Stati Uniti. A partire da Le origini del totalitarismo (1951), indagò i concetti politici chiave del mondo moderno. Altra opera famosa, La banalità del male (1963).

 

Il passo virgolettato fa parte di una lettera di Hannah Arendt all’amico Gershom Scholem del 24 luglio 1963. Cfr. Ebraismo e modernità, Feltrinelli, 1993.